In punta di piedi…

In punta di piedi…

Non ho figli, quindi non ho avuto la possibilità di verificare personalmente quello che hanno affermato più volte amici e conoscenti che hanno vissuto questa esperienza: “E’ quanto di più straordinario si possa provare nella vita”.

E sono certo che sia altrettanto vero quanto ho sentito dire da amici e conoscenti (ed anche da mia mamma) che hanno avuto la sventura di perdere i loro figli: “Sopravvivere ad un figlio è quanto di più doloroso si possa provare nella vita”.

Stefano Passiatore, che ho avuto modo di conoscere all’inizio degli anni 2000, quando per un breve periodo (tre mesi) prima del suo matrimonio è stato il coach del Basket Femminile Varazze, squadra in cui quell’anno militava mia moglie Susanna, è passato attraverso entrambe le esperienze: suo figlio Pietro, nato nel 2009, è mancato stamane dopo una lunga malattia che ha potuto affrontare grazie alla encomiabile dedizione della sua famiglia.

Stefano ha voluto “raccontare Pietro” attraverso un libro, “In punta di piedi (una radio rotta”, che ho avuto il privilegio di leggere in anteprima.

Una lettura che mi ha profondamente commosso, ma credo che sarebbe riduttivo definire semplicemente commovente.

Infatti Stefano è riuscito a raccontare una storia dolorosissima mettendo sempre al centro ciò che davvero conta: la bellezza della vita, l’intensità degli affetti, il valore inestimabile dell’amicizia, la forza di una squadra che diventa parte di una famiglia, la straordinaria capacità delle persone di esserci, soprattutto quando la vita presenta il conto più difficile.

Attraverso il basket, le piccole e grandi vicende quotidiane, le emozioni e le testimonianze di chi ha condiviso il percorso di Pietro, emerge grazie a Stefano un racconto di rara sensibilità e profondità.

Pietro non viene mai raccontato mettendo al centro “solo” la sua malattia, ma attraverso la sua voglia di vivere, le sue passioni, i suoi sogni, la forza di inseguire i suoi obiettivi…

una forza interiore che gli ha dato la gioia di realizzare quel tiro libero, l’ultimo nella sua ultima partita, in quella “Last Dance” che gli amici gli avevano organizzato, consapevoli che non ci fosse più troppo tempo da perdere…

Il libro racconta quindi una vicenda terribilmente dolorosa, ma è soprattutto un libro che parla di vita, di quella vita che continua a “parlare” agli altri anche quando chi l’ha vissuta non c’è più.

Stefano, con questo scritto, non si limita a donarci un ricordo: ci regala una testimonianza di amore, dignità e umanità.

Un libro che inevitabilmente emoziona, fa riflettere e, soprattutto, lascia qualcosa dentro.

Come ho detto all’inizio, in questi miei primi 72 anni non ho avuto modo di sperimentare quanto possa essere straordinariamente emozionante la paternità.
E non posso quindi sapere se, nel caso, sarei stato capace di essere un bravo papà.

Magari, come molti sostengono o auspicano), dopo questa vita ce ne sarà un’altra, e poi magari un’altra ancora.

E allora mi piace pensare che, in un futuro più o meno lontano, potrei avere anch’io questa opportunità…

Ecco, se così fosse, mi piace pensare di poter diventare, alla prova dei fatti, un papà straordinario come Stefano.

Ma, lo so, sarebbe tutt’altro che facile…

Grazie Stefano!!!

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