Credo fosse il 1976, l’anno del disastro dell’ICMESA di Seveso.
Da quelle parti, all’aperto, in un grande prato, si teneva un concerto di Francesco Guccini che, se la memoria non mi tradisce, era proprio legato a quella tragedia.
Non poteva essere un anno precedente: sul palco (oltre al fiasco di vino) c’era anche il fido chitarrista Flaco Biondini, che aveva iniziato a collaborare con lui proprio nel 1976.
Nel mio archivio di LP conservo ancora lo splendido “Stanze di vita quotidiana”, del 1974, che continua a fare splendida compagnia allo straordinario “L’isola non trovata”, del 1970.
Di quella serata, nonostante la sua straordinarietà, ho ricordi un po’ sfumati.
Non ero andato da solo: credo che con me ci fosse l’amico Carlo Conti, oppure Carlo Rossini… o forse entrambi.
Quello che ricordo con assoluta nitidezza è il fascino che lui sapeva esercitare sul pubblico.
Mi colpirono la profondità dei suoi testi, che già amavo, ma anche la sua straordinaria capacità di raccontare, sorridere, dialogare con gli spettatori, accompagnando ogni canzone con quel suo inconfondibile accento emiliano che rendeva ogni parola ancora più autentica.
Oggi ci ha lasciati Francesco Guccini, un gigante della musica, un insostituibile compagno della mia vita (e crescita) giovanile, capace di scrivere testi che, purtroppo, esprimono ancora una spietata analisi di generazioni ancora schiave di vizi duri a morire…
“Mi han detto
che questa mia generazione ormai non crede
in ciò che spesso han mascherato con la fede,
nei miti eterni della patria o dell’eroe
perché è venuto ormai il momento di negare
tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura,
una politica che è solo far carriera,
il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto,
l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto…”
